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L’uomo si fonda sulla libertà.

Di Massimo Chiucchiù

Libertà e uguaglianza,come scrissi in altri interventi, sono i poli in cui ha oscillato,
fin dalla sua nascita, il pensiero anarchico.Se in Europa la matrice egualitaria e
solidaristica ha avuto un ruolo preminente,dato dalla forte componente operaia e sindacale,
in America hanno prevalso le idee libertarie incentrate sul diritto primordiale dell’individuo
contro la Stato.Il pensiero di H.D Thoureau ne e’ esempio emblematico.Ora, in questo scritto,
vorrei andare più a fondo riguardo all’aspetto concettuale della libertà, perche si rivela essere
fondativo non solo in merito al pensiero libertario ed anarchico, ma soprattutto rispetto all’epifania di quello che in termini metafisici viene denominato Essere.
Introdurrò a tal proposito, il pensiero di Raimon Panikkar,singolare figura di poliedrico filosofo,
nella cui esperienza intellettuale convergono i saperi di Oriente ed Occidente.
Vista l’enorme mole di scritti e la vastità della sua visione del mondo, concentrerò l’attenzione sulle sue riflessioni in merito alla libertà, introducendo qualche stralcio del suo pensiero, estrapolato soprattutto dal suo libro “Saggezza stile di vita”(ECP 1993),per poi commentare e confrontare il suo lascito con altri autori che in parte ne condividono le prospettive, e infine chiudere con l’arricchimento che ne può trarre, in chiave sociale, il pensiero anarchico-libertario.

R. Panikkar

Raimon Panikkar(1918-2010) è stato un filosofo,teologo,presbitero e scrittore spagnolo, madre catalana e padre indiano,teorizzatore e testimone del dialogo interculturale e dell’incontro tra le religioni.
Nella sua visione filosofica la libertà dell’uomo rappresenta uno dei capisaldi della dottrina triadica a tre elementi che sono l’umano, il divino e il cosmico.
Per cio’ che riguarda la libertà egli scrive parole importanti che delineano un concetto completamente diverso da quello normalmente inteso anche nel pensiero anarchico-libertario.
Leggiamo dunque:

“A questo punto c’è molto da dire sulla libertà.
Libertà ha poco a che fare con la libertà di scelta. Poiché scelta significa decidere, cioè
separare “A” e “B”, operando così un taglio sulla realtà. La libertà non può avere come conseguenza la separazione. […] Di chi deve scegliere si dice che ha l’imbarazzo della scelta. L’imbarazzo non è la libertà. […]Cosa mi accade, che cosa mi si rivela quando mi riconosco libero?anzitutto, e questa è la premessa, faccio l’esperienza che tutta la paura è scomparsa:la paura della vita,della morte,del successo,del fallimento,dell’amore,del disprezzo,della pena,della verità,di me stesso. […] Se sono veramente impavido e non ho più intralci in questo senso, allora sono sciolto da ogni determinazione. Con ciò non intendo i limiti ed i contorni propri della mia natura. Essi mi delimitano e mi danno così la capacità di abbracciare la realtà. (Questo sia detto contro ogni individualismo che fraintenda la libertà con l’assenza di limiti). Ma si tratta di una dimensione più profonda dell’essere, una indeterminazione radicale alla base di tutto ciò che faccio e sono. La libertà in questo senso non è una questione di cromosomi dei miei genitori e dei miei nonni, della cultura e della lingua, dei rapporti sociali e di altri condizionamenti. La sua sfera si trova là dove io, detto metafisicamente, percepisco il nulla (che è un’esperienza senza contenuto, un’esperienza di nulla). Questa esperienza non si può descrivere, si può soltanto lasciarla irraggiare. È il fatto che la mia vita non è stata vissuta ancora e che la vita di quella vita non dipende né da autostrade né da regole d’affari né da qualsiasi altra esteriorità, ma dal niente.[…] La libertà è quel ’esperienza dell’infinità per cui quello che io sono, nessuno lo è mai stato. Al suo inizio sta l’esperienza dell’insostituibilità.[…]
Proprio io sono questo nucleo della realtà che in tal caso non è condizionato da nient’altro. È la serietà della vita, l’esperienza della libertà, la convinzione che mi è stato affidato qualcosa e che questo qualcosa è insostituibile e che sono io. C’è presente tutto l’universo, ma ci sono anche io con la possibilità del non-essere.[…] Non sono un pezzo di ricambio che sarebbe sostituibile: se non realizzo quello che io sono, non lo farà nessun altro. Qui non può aiutare nessuno, nessuno mi può rimpiazzare, e proprio perché non si tratta di compiere un lavoro qualsiasi, una qualsiasi
funzione. Si tratta dell’essere e non dell’avere, si tratta del fatto che c’è qualcosa dentro di me che è definitivo e irrevocabile. Giobbe parla della via sulla quale non si può tornare indietro (Gb
XVI, 22). Questa è l’esperienza della libertà, la massima dignità dell’uomo”.(Saggezza stile di vita -pagine 74-76)

In queste brevi e dense parole Panikkar delinea una serie di contenuti, a diverse trame di realtà, che gettano luce su cosa sia esser liberi:c’è un primo livello,psicologico, in cui le istanze e i desideri dell’Io vengono mediati dalle paure,dalla discendenza biologica e culturale dell’individuo. E’ quella che potrei definire come libertà quantitativa, che sperimentiamo quotidianamente quando decidiamo consciamente di fare una passeggiata ,andare al cinema o leggere un libro. E’ una libertà attiva mediata dalla volontà (Sigmund Freud lo qualificherebbe come principio del piacere e della realtà, Nietzsche come volontà di potenza).
Per Panikkar questa non è la vera libertà, perché viziata dalla paura,dalla preoccupazione e dal fatto che è divisiva. Un genere di libertà così ha spesso come approdo la noia e il disincanto:ci si misura con una progettualità quasi isterica, ma dai contenuti intercambiabili a seconda delle mode imposte da altri o da un mood che va per la maggiore in una data epoca storica.La sua caratteristica è l’aleatorietà, la continua ricerca di nuove esperienze per non sentire il vuoto che si ha dentro. Il nichilismo è il germe che ne mina le fondamenta.
Un secondo livello di libertà in Panikkar tratteggia una tendenza che dallo psicologico trasla in ambito metafisico.Qui il contributo delle saggezze orientali,buddismo ed induismo, si fa sentire perché il suggerimento è quello di sperimentare il nulla, cioè un’esperienza senza contenuto,un indeterminazione radicale,una sospensione dell’Io a favore del Sé ,a tu per tu con un esperienza che non ha linguaggio descrittivo ma che si può solo esperire. E’ solo in questo spazio mentale, privo di paure e pregiudizi, che si può provare la libertà qualitativa, quella che connota ogni persona come unica oggi e per sempre, quella vertigine infinita, per cui quello che io sono nessuno è mai stato e mai sarà. Esperienza, come detto, non descrivibile, perché prelinguistica,ma si può solo lasciarla irraggiare con atteggiamento passivo.
E’ qualcosa, che a dispetto di qualsiasi Inferno in cui si può cadere torna come un canto antico il cui spartito è quel nucleo unico ed insostituibile che mi è stato affidato, cioè me stesso.
L’ammonimento finale di Panikkar è eloquente: l’uomo non è un pezzo di ricambio qualsiasi nell’ingranaggio cosmico,se non realizza quello che è, non lo farà nessun altro, nessuno lo può fare, perché quello che io sono è definitivo e irrevocabile.
In buona sostanza siamo di fronte alla pietra angolare dell’ontologia di Panikkar,il principio di unicità di tutto quello che esiste:nella realtà non esistono due cose uguali, financo agli stadi primordiali del microcosmo con la sua miriade di particelle.Ogni Ente si caratterizza come unico sia come caratteristiche intrinseche ma anche come relazione con il proprio ambiente,che contribuisce a creare e da cui è anche conformato. Una unicita’ ed una relazionalita’ tra enti di carattere radicale e trascendente.

Si potrebbe forse contestare,nell’esperire il carattere qualitativo ed ontologico della liberta’, che in fondo si tratta di un’esperienza descrivibile in parole,concetti,assiomi e qualsiasi altra diavoleria che la coscienza simbolica di cui disponiamo può mettere in campo, e da qui sostenere che l’atteggiamento psicologico “innato” e la capacita’ dell’ego di denudarsi per approdare in un’area diradata di ingenua ricezione (ingenua nel senso di profonda ricettivita’), sia di difficile se non impossibile realizzazione.
Posso rispondere dicendo che in ogni caso il linguaggio presenta un’opacità di fondo ed una tendenza divisiva che mal si conciliano con qualcosa di diverso dall’ Io cosciente.Il linguaggio risulta sempre insufficiente nella descrizione della realtà degli Enti, il Cosmo e’ irriducibile e sempre ridondante rispetto al linguaggio simbolico,che non lo contiene. Faccio mio in toto la fulminea battuta di Korzybski secondo cui “la mappa non è il territorio”,metafora che tiene conto dell’insostituibilità dell’esperienza rispetto al simbolismo delle mappe e di qualsiasi altra forma di linguaggi simbolici.L’esperienza della libertà qualitativa non ha alcuna mediazione culturale,essendo come detto fondativa dell’unicità dell’Essere.Bisogna accostarvisi da ignoranti,chi meno sa più sa,sentirla più che intuirla,come un raggio di sole che “irraggia” e zampilla nel tuo corpo.E’ come sentire la luce sulla pelle,non il suo calore.
Chissà forse è un esperienza che abbiamo già vissuto,appena nati quando ancora quasi non conoscevamo la differenza tra noi e il corpo di nostra madre, il tatto era il nostro senso principale e vivevamo di sensazioni prepercettive. Chiusi su noi stessi ma predisposti per imparare velocemente il nostro rapporto con l’ambiente, come ogni cucciolo di specie. Il mistero è alla nascita.Se vogliamo tentare di schematizzare ci si evolve dapprima attraverso la sensazione a cui segue la percezione per terminare nella consapevolezza della compiuta
coscienza.Un neonato e’ un formidabile riassunto di quello che la nostra specie ha fatto in termini evolutivi.
E’ da li’ che viene la nostra libertà ontologica.Ma,invece che alla fine, essa si situa all’inizio

Per tentare di “capire” quello che confusamente cerco di trasmettere potrei traslare il termine “unicità”, tipico dell’analisi panikkariana, nel termine succedaneo di “originalita‘”dell’Essere,nel senso che siamo in relazione con l’Origine. La nostra nascita ha una doppia origine,dai genitori e da questa sorgente di vita il cui mistero attiva senza sosta la ricerca umana.La relazione tra noi e quello che definiamo Origine non va pensata come quella inerente una causa ed il suo effetto, ma come movimento generativo che mi costituisce come dono
vivente, dono fatto in primo luogo a me stesso. Ciò è stato colto mirabilmente da Karl Jaspers:”Io sono, solo se sono a me donato”.(K. Jaspers-filosofia2,Chiarificazione dell’esistenza).La mia identità e libertà è relazionale e il mio valore di persona non è una proprietà di cui faccio uso a piacimento, ma una responsabilità una relazione
di accettazione e di svolgimento del dono che sono. E’ solo nelle relazioni e negli atti di gratuità che si schiude in noi lo spazio adeguato ad essere persone uniche e libere.

Libertà nel corso dei secoli.

La libertà nella storia del pensiero umano risulta essere un concetto fondante da cui si dipartono speculazioni riguardanti il libero arbitrio, la volontà, l’atto e tutto quel grumo di concetti alla base dell’agire umano.
Compito di questo mio contributo non è certo quello di indagare tutte le sfumature, che dagli antichi Greci ad oggi hanno impegnato il pensiero dei filosofi e dei religiosi.Già troppe pagine scritte. Abbozzando un disegno approssimativo posso dire che il dibattito delle idee si è sviluppato soprattutto nel campo di quella che ho definito libertà quantitativa.Negli Antichi popoli,compresi anche Greci e romani, il determinismo non contemplava alcuna forma di libertà,l’uomo era rigido esecutore delle volontà celesti. Nella tradizione cattolica si è evidenziato il libero arbitrio della scelta tra bene e male, paradigma di quello che è il supporto principale del pensiero Occidentale.Il perdono ne è la logica conclusione,affrancando così Dio dal male nel mondo (teodicea). Una posizione più intransigente la assume Martin Lutero, con il concetto di servo arbitrio, che postula l’incapacità della libera scelta nell’uomo, se non tramite l’intercessione divina.
Nel campo più propriamente filosofico le posizioni dei vari Cartesio, Hobbes, Hume fino ai filosofi contemporanei, con sfumature diverse, parlano sempre con un linguaggio di libertà quantitativa,quindi attiva,legata ai diritti e alle libertà individuali dei cittadini, nel solco della Rivoluzione Francese. Uno dei pochi che nega la libertà umana è Spinoza,dato la sua natura di essere limitato caratterizzato da affetto e passioni che ne condizionano il comportamento.
Se volgiamo lo sguardo all’antichità,sia nella repubblica Greca che nell’Impero romano, la libertà è vista sempre come un diritto legato alla forza dello Stato e al diritto di chi possedeva la cittadinanza.
Appare curioso invece che qualche secolo prima,nella Grecia minoica, prima che Atene ristabilisse un’armonizzazione tra le città elleniche,nel fitto firmamento degli Dei che affollavano la vita degli uomini, esisteva il culto della dea Eleuthia (o Eleutheria), cioè la Dea della Libertà.
Ella era la dea del parto e della nascita annuale del bambino divino, dal seno della natura terrestre che genera la vita. Il culto della dea culminava ogni anno nelle cerimonie dei Misteri Eleusini, che erano le più importanti testimonianze misteriche della Grecia Antica. La Dea era considerata così sacra che ci si accostava a lei solo con la restrizione della parola e della vista. Sempre la dea Eleuthia presiede alla nascita di Atena dalla testa di Zeus, che garantisce
l’indissolubile legame tra libertà e sapienza.
Ecco che appare,in un tempo remoto,alle radici del sapere umano, la primogenitura di quello che ho definito libertà qualitativa.Ora si comprende meglio ciò che intende Raimon Panikkar.

La dea Spes.

Qui abbiamo due interpretazioni della parola libertà:una antica che la definisce come nascita di una nuova vita sacra, ed una più recente che è quella della libera scelta dell’agire umano. Invero non è certo la prima volta che una parola assume un vestito concettuale diverso da quello conosciuto.Un esempio classico è la parola greca psiche, che nei poemi omerici era riferita alla funzione del respirare,io respiro; mentre oggi riguarda tutto ciò che è il pensiero ed il
mentale. Ma la stessa filologia e la linguistica ci insegnano che le parole arcaiche non vengono mai dimenticate né soppresse,ma cambiano di significato a seconda delle epoche storiche e delle forme mentali della cultura che incontrano.
Nell’oceano della semantica le parole sono come sassi levigati dal mare. Proprio per questo il concetto di libertà è nato nel seno dell’antica Grecia con un carattere forte,ontologico,come caratteristica essenziale dell’esser nato,dell’esser-ci direbbe Martin Haidegger, racchiudendo in sé il mistero e l’unicità della vita umana.
Mentre il suo significato è sfumato nel tempo,diluendosi nel divenire storico solo come mera possibilità di scelta contingente.Cosa è che ha contribuito a codesta banalizzazione del suo significato? Come è stato possibile uno spostamento semantico di tale portata? Spostamento,che è importante sottolineare ha inciso notevolmente nelle forme
mentali, religiose e filosofiche delle future generazioni.
A mio parere molto ha contribuito l’inflazione di progettualità che ha iniziato ad avvelenare il pensiero umano. Il mondo greco antico subiva importanti cambiamenti legati anche alla trasformazioni delle società arcaiche in società molto simili alle nostre, con i primi rudimenti del diritto ,dell’economia politica e della scienza.
Gli obbiettivi ed i mezzi necessari per i nuovi bisogni del cittadino della polis hanno iniziato a forgiare la mente degli uomini, lo scopo sopra qualsiasi altra cosa. Tutto ciò ha precipitato l’uomo nel mondo della causa-effetto.
La scelta tra tante possibilità ha contribuito alla divisione del mondo in categorie.La libertà e l’unicità dell’uomo frantumati nel divenire incessante. Ma questo non spiega ancora tutto, si potrebbe facilmente essere contestati al grido che non esiste vita senza progetto.
All’uopo bisogna introdurre quello che ritengo essere l’atteggiamento più pernicioso per la coscienza dell’uomo moderno: coltivare il culto della speranza.
La Dea Speranza,equivalente romana della greca Elpis,è tradizionalmente definita come l’ultima dea, in quanto,dalla narrazione del mito di Pandora, e’ l’ultima ad uscire Dal Vaso quando tutti i mali che infestano il mondo sono già usciti.Rimane, per volontà di Zeus, solo la speranza come consolazione dell’umanità. Ma pur sempre rimane un male.Come tanti racconti, anche di epoca paleocristiana,come il mito di Adamo ed Eva, queste storie sono invero delle potenti metafore che raccontano meglio di qualsiasi discorso la forma mentale delle epoche in cui sono nati.Non sono da prendere alla leggera.
All’inizio di queste metafore c’e’ sempre una disobbedienza,una trasgressione,una scelta individuale, a cui segue una punizione.In questa sede però mi preme sottolineare che anche nel caso del mito di Pandora la speranza subisce uno slittamento di valore semantico.Se nel mito greco il suo ruolo era consolatorio, quindi passivo, dal cristianesimo in poi,quando la speranza viene reclutata come virtù teologale,assume carattere attivo,legandosi quasi senza
soluzione di continuità al progetto umano.
Anche papa Francesco ha riflettuto di recente sulla speranza,dicendo che “la speranza non è ottimismo ma ardente aspettativa”. Come dire che da qualsiasi progetto, sacro o profano, qualcosa si dovrà pur ricavare.
Già Emil Cioran nelle sue acuminate e corrive riflessioni aveva bollato la speranza come “forma normale del delirio”. Più sommessamente,ma forse in maniera più approfondita,la filosofia preesistenzialista di Carlo Michelstaedter, inascoltata voce di scrittore che per destino riesce postuma a se stessa, dicevamo questa voce inaudita ebbe a dire a riguardo anche della speranza umana:“Qualcosa è-qualcosa è per me-mi è possibile la speranza-sono sufficiente.
(C.Michelstaedter-La persuasione e la rettorica-Adelphi 2005 pag. 53)

Questo è il cerchio senza uscita della individualità umana, ripreso dai frammenti del presocratico Eraclito.
Michelstaedter la chiama “philopsychia”, l’«amore vile per la vita», che consiste in un continuo proiettarsi nel futuro, in una vita tutta concentrata nel conseguimento degli obiettivi prefissi. Questa è, citando ancora il goriziano, una «persuasione inadeguata»: l’uomo in questo modo non riesce a vivere senza soffrire, non riesce a vincere la paura della morte.
Michelstaedter,con Eraclito,stana l’ontologica insufficienza dell’uomo, insufficienza creata dalle sue “inclinazioni”. Come se la raggiunta libertà quantitativa, la volontà di potenza,corroborata da una robusta dose di speranza, allontanasse l’uomo dal suo primigenio status di perfezione,perfezione marchio di fabbrica dell’Essere.
Quella ontologica unicità e libertà dell’Essere, quella vertigine unica che chiamiamo me, quell’impossibilità primigenia di essere sostituito da qualcuno d’altro che non sia me stesso.
Si potrebbe postulare un grafico cartesiano per cui più ci si allontana dal grado zero di libertà,qualitativo, più si acquisiscono gradi di libertà mondana, quantitativa, a cui ci si aggrappa per RACCONTARSI la favola del vivere.
L’uomo antico aveva un carattere forte ed una visione unitaria,il divenire era tenuto a bada dal firmamento degli dei che costellava il cielo del Cosmo,oggi il Dio Monoteista tiene a se’ la visione unitaria e lascia gli uomini in balia del divenire.
Ci si rimira in uno specchio rotto le cui parti rimandano un puzzle che deve essere decifrato.L’ultimo filosofo che ha tentato di ricomporre lo specchio è stato anche quello che indirettamente ha tentato di colpire l’unicità dell’Essere in maniera più convinta.Sto parlando di F. Nietzsche e della sua teoria dell’Eterno ritorno dell’uguale.
Guardato dal punto di vista dell’autore, l’eterno ritorno non è una condanna all’eterna ripetizione ma la conquista della realtà con l’identificazione di essere e divenire.L’eterno ritorno esprime e soddisfa la volonta di potenza.
Lascia interdetti vedere realizzato in filosofia il feroce determinismo di Laplace ( datemi le condizioni iniziali e vi calcolerò la traiettoria di qualsiasi oggetto) ,con l’aggiunta che ciò si protrarrà all’infinito. Sono più propenso ad appoggiare quest’altra affermazione: “Nietsche volle minuziosamente innamorarsi del proprio destino.Seguì un metodo eroico: disseppellire l’intollerabile ipotesi greca dell’eterna ripetizione,scuola stoica, e poi cercare di dedurre da quell’incubo mentale un occasione di giubilo.Cercò l’idea più orribile dell’Universo
e la propose per il diletto degli uomini.”
(J.L.Borges).
Inflazionare l’unicità dell’Essere in immemori ripetizioni vetrifica l’uomo in una statua che non ha più nulla di umano,ma rammemora inquietanti figure pompeiane.
Un assurdo ontologico.
Si è unici perché si è liberi, si è liberi perché si è unici,la strada che si percorre
nella vita non è stata tracciata da nessuno,la si deve costruire giorno per giorno cercando sempre sé stessi nel fondo delle nostre decisioni,con serietà e caparbiamente,non troveremo nessuno ad indicarci la via migliore, perché la conosciamo solo noi,la nostra vite sono lo specchio di quello che noi siamo. Anche e soprattutto quelle fallite.
Per questo l’incubo prospettato da Nietzsche non può aver seguito.La vita di ognuno è dentro l’adesso,dentro la sequenza degli adesso che sperimentiamo quotidianamente.

Una visione nel solco delle filosofie irrazionali è quella proposta dal filosofo Emanuele Franz,che postula l’impossibilità della libertà umana.”L’uomo,per dirsi veramente e assolutamente libero,dovrebbe coincidere con la totalità e quindi in ultima analisi non sarebbe.Quindi o c’è l’uomo o c’è la libertà.”(l’inganno della libertà….Edizioni Audax pag. 54).
La conseguenza,per l’autore, è che l’uomo ha una ed una sola scelta primigenia,un atto originario unico ed incontrovertibile, e da quella decisione discendono tutte le altre che ne risultano succedanee.La scelta primigenia è “della questione più capitale che si sia mai posta nell’Etica umana, ovvero se l’uomo possa,e debba, vivere per sé stesso o vivere per l’altro”.(pag.78)
A mio parere il Franz crea una filosofia della non libertà basandosi su un assunto risibile e una conseguenza (vivere per sé stesso o per l’altro)che non fa differenza ,perché qualsiasi inclinazione che abbiamo in vita è frutto del rapporto che abbiamo avuto con l’ambiente e con gli uomini a noi prossimi. Noi siamo la risultante di quest’orizzonte di vita, che è sia vivere per se’ stessi che per gli altri. Non c’è alcun uomo che sia solo San Francesco o solo Donald Trump.
L’assunto poi appare debole perché non si può mettere in relazione l’uomo con la libertà,che nell’espressione del Franz appare essere un concetto frutto della logica e del linguaggio umano,quindi libertà quantitativa e mondana.
Appare a tal proposito chiarificatrice la riflessione di G. Bataille a proposito delle semantiche umane:
Non posso considerare libero un essere che dentro di sé non nutra il desiderio di sciogliere il legame del linguaggio”.
Come ho scritto già in precedenza,la libertà qualitativa è intangibile dal linguaggio,se ne può fare solo esperienza nell’intimo farsi della nostra coscienza.Nel momento che la pensi l’hai già perduta.Non si devono rincorrere casi eccezionali perché possa disvelarsi ,come inteso dagli antichi Greci.(Aletehia).Non bisogna essere anacoreti o devoti di qualche setta, né esser
bravi nelle tecniche di meditazione o nei balli dei dervisci roteanti.Tempi disgraziati come questi sono adatti a sperimentarla,quando la paura della pestilenza ci rigetta nelle braccia del Fato,come succedeva ai nostri antenati.Quando tutte le certezze crollano,quando le cattedrali scientifiche e del pensiero non riescono a calmare l’angoscia della fine possibile e
a portata di mano,quando nessuna speranza è riposta in qualche azione risolutrice,solo allora sentiamo la vita scorrere lenta e solenne, solo allora sentiamo i colori del mondo più brillanti, solo allora ogni gesto è carico di significato, solo allora siamo centrati sulla libertà che entra a far parte fin nel profondo delle nostre fibre e compartecipa alla nostra unicità.
Siamo stati quello per cui siamo nati? oppure no?Bisognerebbe evitare di rispondere a questa domanda negli ultimi istanti delle nostre vite.

Tempio Apollo a Delfi

Gnothi seauton: conosci te stesso. Questa è la scritta che campeggiava sul pronao del tempio del Dio Apollo a Delfi e che per secoli ha influenzato i più importanti pensatori della cultura occidentale: da Socrate a Platone, da Sant’Agostino a Kant.
Nell’antica Grecia gnothi seautón era innanzitutto un richiamo a conoscere e riconoscere i propri limiti.
Conosci te stesso significava dunque prendere coscienza della propria fragilità ed imperfezione.Ma essendo pensiero piuttosto lasco è stato usato anche e soprattutto come sprone per la ricerca esistenziale. Una ricerca che suggerisce al’uomo di
conoscersi, di operare quindi un cambiamento per pervenire al proprio sé migliore, edificando se stesso secondo il proprio desiderio e la propria inclinazione.
Socrate con la maieutica spronava i suoi allievi in questa ricerca interiore in funzione del cercare e trovare la verità. Ritengo che i concetti cardine dell’Occidente come Verità,Giustizia,Bellezza,Bene,Male siano viziati in origine dall’esser pensati.Solo la
libertà ha carattere fondativo dell’Essere perché è caratteristica indissolubile con l’unicità di cui siamo portatori alla nascita. Per me conoscere me stesso è tutt’uno con lo sperimentare quest’unità basilare del sé. E che poi venga la morte, non fa alcuna differenza. Diceva Epicuro che: “La morte non accade a colui che muore, perché quando questa arriva, lui cessa di esistere.”:
Detto in maniera ancora più telegrafica:“Non c’ero; sono stato; non sono; non mi riguarda”.
E se temiamo il momento del trapasso per le possibili sofferenze, ricordiamoci che Epicuro credeva nelle capacità dei bei ricordi di alleviare le sofferenze.
Più che i bei ricordi penso che sia taumaturgico pensare che durante la vita si è cercato incessantemente la persuasione, la ricerca interiore del proprio sè. Allora il tempo non è scorso invano.

Alla luce di questo mio pensare è del tutto evidente che il discorso sulla libertà ed unicità di ognuno possa trovare almeno una parziale conferma a livello politico- sociale solo nelle società anarchiche e libertarie. Neanche le democrazie moderne si possono avvicinare minimamente al credo dell’anarchia libertaria, in quanto essa è la sola che cura con devozione il tempio nascosto di ogni persona, così come i rapporti che vi si instaurano nelle piccole comunità che sono il fulcro di questa dottrina politica.
Nelle democrazie vige la dittatura della maggioranza, ma pur ritenuta la miglior forma di organizzazione sociale possibile, ha in sé i germi della sua autodistruzione perché l’individuo ne esce schiacciato sotto il peso delle rappresentanze. Nessuno può rappresentare
qualcun altro, è in gioco l’intima essenza di ciò che definiamo l’umano.

Arte ed etica

Di Roberto Fioroni

Ormai quando si parla di arte moderna non ha più molto senso fare una distinzione tra arte antica e moderna, è infatti difficile tracciare una linea di separazione tra arte moderna e antica oggi così come nel passato; nel 1500 Tiziano Vecellio era moderno, anche Giotto o Caravaggio erano moderni per la loro epoca. Picasso è stato moderno per l’epoca contemporanea. Non possiamo dunque formalizzarci sulle parole altrimenti rischiamo di negare una validità artistica ad artisti che erano allora fuori tempo, talvolta eretici nella misura in cui le eresie non sono altro che verità anzitempo, e ancora oggi hanno però qualcosa da dirci; in genere gli artisti del passato non hanno confini né di epoca né di età, sono capaci di esprimersi in maniera perfettamente coerente ai propri pensieri. Questi artisti sono considerati moderni per noi, e forse è giusto dire che moderno è tutto ciò che risponde al nostro modo di sentire e di vivere. In questo mondo spirituale un esponente tipico è Picasso, che proprio per le accanite discussioni suscitate ha dimostrato di non lasciare indifferente il pubblico, anzi di saper dare un volto a tutti i dubbi, le angosce, le illusioni e delusioni che fermentano nell’uomo contemporaneo; è infatti l’uomo al centro dell’interesse artistico oggi, un uomo scosso dalle paure, incerto o scettico di fronte agli ideali e valori del passato, più ricco di conoscenze ma anche di sofferenze; ed è proprio in questo variare tormentato dalle nuove esperienze dell’uomo che l’artista cerca la fonte della sua ispirazione e il modo di esprimere le sue sensazioni. Dunque i ritratti di re, papi o personaggi oppure scene bibliche non sono più interessanti per l’artista. Una volta l’artista si poneva maggiormente dei problemi formali, voleva riprodurre la realtà con la maggiore esattezza possibile, anche se oggi è rimasta comunque la corrente dell’iperrealismo, come una bella copia del modello; però anche nel passato i veri artisti si distinguevano per la vitalità, la psicologia, la spiritualità che sapevano trasferire nell’opera, ad esempio la Gioconda di Leonardo; oggi l’artista non tende alla riproduzione della bellezza esteriore, ma al mondo spirituale dell’uomo; cioè l’artista, coerente col nostro tempo improntato alla critica, al cambiamento di ideali e valori, al centro di una realtà scossa da mutamenti, quasi per reagire all’inquietudine della vita, cerca sempre più dentro alla propria spiritualità. In questa ricerca è spesso assillato da problemi che sente di non poter sempre risolvere con immagini di fantasia, o immagini tradizionali, e cerca elementi più complessi. Di conseguenza in pittura si hanno linee, segni, macchie di colore; anche in scultura possono esserci contorte composizioni in metallo o di altri materiali più disparati; in tutti i casi si hanno opere che, con la loro intima realtà non rappresentano un reale visivo tradizionale. Rispetto al passato si può dire che si siano rovesciati i valori, dato che l’artista oggi si interessa al complesso dei pensieri, delle sensazioni, delle impressioni e la maniera in cui questo mondo psicologico riesce a suscitare la sua ispirazione. Un pittore che voglia riprodurre l’effetto di luce di un pomeriggio d’estate in campagna non può renderlo con un disegno e linee tradizionali perché il mezzo tecnico, pur nella sua perfezione, non può esprimere l’emozione provata, allora questa si esprime nei modi più diversi che variano da un individuo all’altro, poiché ciascuno ha le sue sensazioni; in questo la pittura astratta cerca una sua manifestazione. Rimane spesso la soggettività della rappresentazione, perché chi guarda un quadro astratto potrà dire di non capirci nulla, è normale questa sensazione perché quell’emozione particolare non è stata provata dall’osservatore, ed è certamente diversa da quella provata dall’artista. In certi casi si può dire che l’astrattismo esprime anche l’incomunicabilità, però ci sono anche artisti dotati di un ricco mondo spirituale e di una capacità comunicativa tale da trasmettere le proprie impressioni ad animi altrettanto sensibili. Potremmo dire che l’opera d’arte è riservata al proprio autore; questa considerazione è valida per oggi ma anche per le grandi opere del passato; chi può dire di avere compreso del tutto il mistero della Gioconda? Probabilmente c’è un significato che ci sfugge e che Leonardo conosce. In questo anche la Gioconda è, in parte, una figura astratta. La pittura moderna cerca di astrarsi dalla realtà esterna e cerca di esprimere le emozioni eliminando ogni traccia di corporeità. Noi, come osservatori, quando siamo davanti a una macchia informe di colore, a un geometrico disporsi di segni, a una non immagine dovremmo sforzarci di sentire la bellezza anche se non capiamo la ragione di essa; e forse è questo senso di mistero a conquistarci; questo sguardo gettato in una profondità che subito ridiventa impenetrabile. Personalmente accetto tutto dell’arte moderna, credo senza avere pregiudizi, solo una cosa è irrinunciabile e inderogabile: è fondamentale che rimanga ETICA anche quando giunge alle sue più estreme e provocatorie manifestazioni; in epoca moderna l’arte ha usato qualsiasi materiale, dalla merda agli schizzi di sangue, agli avanzi di cibo, al grasso dei prodotti dei supermercati dell’epoca comunista; le performance hanno perfino esposto un ragazzo down alla Biennale di Venezia, in quel caso Pasolini disse che rappresentava il nulla e che era una mostruosità nata dalla sottocultura. Direi che in nessun caso si può usare l’uomo come oggetto, in questo intendo che l’arte deve rimanere etica, ma vado oltre: ormai l’arte deve confrontarsi soprattutto con l’ecologia e allora nemmeno nessun animale o pianta può essere usata come oggetto.

Nel panorama artistico attuale sono numerosi gli artisti che operano con etica e sensibilità ambientale; tra questi amo particolarmente Ai Weiwei, il figlio del grande poeta cinese Ai Qing. Alla fine degli anni 50 Ai Qing è esiliato per motivi politici, con la famiglia, in una grotta di uno sperduto villaggio del deserto del Gobi; il poeta viene umiliato con l’incarico di pulire le latrine del paese. L’immagine straziante di Ai Qing, resta viva nella memoria del figlio artista, il quale ricorda la serena e coraggiosa accettazione da parte del padre e l’etica con la quale egli svolgeva dignitosamente, direi confucianamente, quel degradante incarico. Il pensiero artistico e l’attività politica sono legati indissolubilmente in Ai Weiwei, le sue opere recuperano i materiali dei templi distrutti in Cina, sono la denuncia delle speculazioni edilizie che nel Sichuan provocano la morte di migliaia di persone a seguito del terremoto; a Palazzo Strozzi espone i ritratti fatti di mattoncini Lego di personaggi detenuti, esiliati o giustiziati nella storia di Firenze. Viene arrestato varie volte e nel 2015 riceve da Amnesty International il riconoscimento di Ambassador of Conscience. Ai Weiwei non è semplicemente una delle tante star del sistema dell’arte contemporaneo, e non è nemmeno un attivista rivolto ai problemi della modernità e dell’Umanità, ma è un libero pensatore che dimostra di dare all’arte un importantissimo ruolo sociale e politico, nel senso più nobile del termine.

( per la prima parte mi sono riferito soprattutto ad un articolo di Giuliano Valeriani, che non conosco ma che ringrazio sentitamente )

Fiorira’ l’aspidistra (Keep the aspidistra flying)

Di Roberto Fioroni

E’ un romanzo, in parte autobiografico, di George Orwell, terminato nel 1936, è ambientato nella Londra degli anni ’30. Il protagonista è Gordon Comstock, un trentenne di buona cultura che si professa poeta, proveniente da una famiglia borghese,

prologo libro

mandato a scuola con profondi sacrifici della mamma e della sorella, nella speranza che si elevasse di classe sociale e che trovasse un buon posto, un uomo del ceto medio è costretto a tirare avanti per anni di seguito con un tenore di vita che perfino un operaio a giornata disprezzerebbe”. Gordon si rende conto che il culto del denaro è stato elevato a religione; legge la storia di un falegname affamato che impegna tutto ma non si stacca dalla sua aspidistra “ Fiore d’Inghilterra, dovrebbe essere sul nostro stemma, invece del leone e dell’unicorno. Non scoppieranno rivoluzioni in Inghilterra finchè ci saranno aspidistre alle finestre. L’aspidistra è l’emblema dell’opaca rispettabilità e del conformismo.” ( aggiungerei come il telefonino o l’auto nella nostra epoca ) . Gordon capisce quale è il male di tutta la classe piccolo borghese: non è semplicemente la mancanza di denaro, piuttosto che , “ pur non avendo quattrini, continuano ancora a vivere mentalmente nel mondo dei soldi, quel mondo in cui il denaro è virtù e la povertà è un delitto.” Meglio regnare all’inferno che servire in cielo. Gordon dichiara una guerra personale ai quattrini ma non gli impedisce di essere maledettamente egoista verso chi gli vuole bene, soprattutto la sorella Julia che lo aiuta con grandi sacrifici. Gordon lavora in uffici pubblicitari, “ la cosa interessante della New Albion consisteva nel fatto che era una ditta di spirito così moderno. Non c’era nessuno tra i suoi dipendenti che non si rendesse perfettamente conto di come la pubblicità sia la truffa più sudicia che il capitalismo abbia mai perpetrato… La maggioranza dei dipendenti appartenevano al tipo americanizzato, aggressivo, dei duri, quel tipo per il quale nulla al mondo è sacro, eccetto il denaro. Mettevano in pratica il loro cinico codice morale. Il pubblico è fatto di porci; la pubblicità ( e/o la politica? ) è il rumore che fa il mestolo rimescolando il pastone nel truogolo. … Gordon li studiava discretamente. Egli disprezzava e respingeva la morale del denaro.” Sarebbe riuscito a tagliare la corda… si trovava nel mondo del denaro, ma non ne faceva parte; lui non è il tipo che Fa Bene , per lui la vita d’ufficio è insignificante. Dopo i primi anni abbandona bruscamente il lavoro d’ufficio, se ne va senza nessun motivo. “ Voleva bruciarsi le navi alle spalle” ( un Chris Mc Candless degli anni 30 ) , vivere senza puzzo di denaro, vivere nel tentativo di respingere asceticamente la schiavitù del denaro. Gordon attua un volontario declassamento che lo porta a scendere i gradini della scala sociale e a vivere in condizioni di povertà, estrema, e squallore sempre maggiori. Anche i rapporti con le persone di riferimento della sua vita, la fidanzata Rosemary, la sorella Julia, l’amico Philip Ravelson, si degradano e si spappolano. Comstock vuole precipitare nel fango, vuole sottrarsi alla “ dignità e decoro borghesi” , gli piace pensare alla gente perduta, la gente del sottosuolo, i vagabondi, i mendicanti e le prostitute…Non vuole far parte del sistema, di chi Fa Bene. ( come P. K. Dick, mi considero un visionario tra i ciarlatani, e allora mi viene in mente il dialogo tra Amleto e i suoi falsi amici Rosencratz e Guildenstern nel secondo atto dello Hamlet shakespeariano, Amleto dice che la Danimarca è una galera, Rosencratz risponde che Allora lo è tutto il mondo, e Amleto replica che Certo, una gran bella galera con tante celle e bracci e segrete. E la Danimarca è una delle peggiori. O forse dovremmo reagire come fece Salvador Dalì, il cui anagramma è Avida Dollars, che tenne a Londra una conferenza con uno scafandro da palombaro? P. K. Dick dice che c’è una rovinosa entropia, tutto si sarebbe fuso e avrebbe perso individualità, sarebbe diventato identico a ogni altra cosa, un mero pasticcio di Palta …) “ Nessun uomo ricco riesce mai a camuffarsi da povero, perché il denaro, come il delitto, prima o poi salta fuori” l’amico Ravelston è il redattore di “Anticristo” , un mensile piuttosto intellettualistico, socialista in un suo modo violento ma vago; in generale, dava l’impressione di essere diretto da un ardente nonconformista che avesse trasferito il suo giuramento di obbedienza da Dio a Marx ( Marx, a proposito delle rivoluzioni borghesi che hanno distrutto i valori del mondo antico, dirà che tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria ) e così facendo si fosse impelagato con una banda di poeti paroliberi, o parolieri. Ravelston è un intellettuale dell’alta borghesia aderente al marxismo, anche se si vergognava non era capace di tirare avanti senza la sua cospicua rendita di 800 sterline all’anno, secondo lui il minimo per campare, più di venti volte lo stipendio di Comstock. Inoltre “nutriva l’ingenua fiducia che entro breve tempo il socialismo avrebbe messo a posto ogni cosa. Il capitalismo era un fenomeno temporaneo che era nella sua ultima fase.” L’amico Ravelston rimaneva spesso imbarazzato ma non prendeva mai una posizione netta. Gordon sapeva benissimo che i contatti con i ricchi, come le gite in alta montagna, devono essere sempre brevi. Ravelston e Rosemary avrebbero volentieri aiutato finanziariamente Gordon ma lui non ne voleva sapere, rispondeva: “ Ho dichiarato guerra al denaro e devo stare alle regole del giuoco; la prima regola è di non accettare la carità, la carità uccide l’amicizia. Il cupo spleen di Orwell è rischiarato solo dal grande e incondizionato amore di Rosemary, lei che pensava a se stessa come una ragazzina e così la percepivano tutti gli altri, adorava Gordon e non si vergognava mai di dirgli quello che pensava; lei non diceva mai “ Gordon ha ragione in teoria “, era convinta che un buon posto di lavoro non si rifiuta mai però accettava la sua caparbia ricerca di povertà. Insisteva col suo tipico furore femminile, la sua pazienza e la sua costanza da donna, ma lo amava, sempre ( Le donne, come dice Andreoli, vivono di più, vivono più intensamente, e se lo meritano ) . Ma Gordon vuole scendere sempre più nel fango, nella palta di Dick, vive in un posto che è quasi uno slum, fa un lavoro da fallito all’estremo, un lavoro senza luce, senza via d’uscita, senza possibilità di riscatto. “ Ha solo il desiderio di sottrarsi ad ogni sforzo, a ogni decoro, di affondare, sprofondare nel fango. Non era solo dal denaro ch’egli si ritraeva ormai, ma dalla vita stessa.

disegno Roberto Fioroni

Quando ormai sembra tutto perduto, anche l’amore di Rosemary e l’amicizia con Ravelston, accade che Rosemary gli dice di essere incinta, ma non ha nessuna intenzione di legarlo con un matrimonio riparatore non voluto, al limite preferisce farsi macellare con un aborto. Gordon deve scegliere tra due possibilità, rifiuta senza esitazioni la possibilità di un aborto clandestino e decide di diventare un “ “uomo rispettabile” e di assumersi le responsabilità che aveva sempre scansato, bollandole come scelte di ordinario conformismo. Si rende conto che la sua scelta non è dovuta a Rosemary e al bambino, che sono comunque la ovvia causa e l’elemento di decantazione; alla fine Gordon non manca di vitalità e la squattrinata esistenza a cui si era condannato lo aveva spietatamente gettato fuori dalla corrente della vita. Decide di tornare a fare il pubblicista, tanto era un poeta e quello sapeva fare, scriverà le frasi dei cartelli pubblicitari che prima aveva sempre odiato. Capisce che “ la nostra civiltà è fondata sull’avidità e la paura, ma nelle vite della gentarella comune, avidità e paura sono misteriosamente tramutate in qualcosa di più nobile.” Quei piccoli borghesi là, dietro le loro tendine ricamate, coi loro figli, i loro mobili dozzinali e le loro aspidistre, essi vivevano secondo il codice del denaro, senza dubbio, e riuscivano ciò nonostante a conservare la loro dignità. Avevano le loro norme, i loro inviolabili punti d’onore. Si mantenevano rispettabili: facevano garrire le loro aspidistre, come bandiere. E poi erano vivi . Erano avvolti nell’involto della vita. Generavano figli, cosa che i santi e i salvatori di anime non hanno mai avuto il modo di fare. Le ultime tre parole del libro sono il pensiero di Gordon: “ Vicisti, o Aspidistra! “ Vince l’aspidistra, vince il sistema fondato sul denaro, ma resta la dignità dell’uomo e la sua difesa della famiglia, e le donne sono le vere eroine del romanzo, l’unica vera luce nel cupo, malinconico spleen, così realisticamente tracciato da Orwell; è la solita faccenda del dito e la luna, il problema non è il denaro ma l’uomo

L’estetica del semplice

Di Roberto Fioroni
Forse perché non mi è ancora passata la crisi dei cinquant’anni ma provo,
sempre più spesso, una irrinunciabile necessità interiore di godere di
immagini semplici in un mondo che ci propone, con intensità crescente, una
sovrabbondanza di immagini sofisticate, ad alta definizione, spesso troppe e
troppo dense per i nostri sensi.
Oltre alle immagini il mio fastidio lo sento anche per tutto il complesso di
stimolazioni che interessano i nostri sensi, a partire da quello meno
ancestrale e più sofisticato, adatto ai nostri tempi, che è la vista. Anche gli
altri sensi vengono spesso coinvolti, come ad esempio l’udito con i rumori.
Questa sovrabbondanza o ridondanza è provocata in genere dai mass
media, e allora mi tocca di coinvolgere in questo discorso McLuhan e la sua
geniale distinzione tra mass media caldi e freddi: per essere semplicisti i
mass media freddi sono quelli poco ricchi di particolari e di stimoli, nel caso
specifico veniva presa come esempio di medium freddo la televisione di
allora, cioè degli anni ’50, che era sgranata, in bianco e nero, con suoni poco
limpidi; a questo punto il genio di McLuhan ci spiegava che la mancanza di
definizione era completata dai nostri sensi, dalla nostra fantasia, dalla
percezione della buona forma; perciò un medium freddo ci consente una
maggiore partecipazione emotiva, una stimolazione maggiore della nostra
fantasia, oltre a un maggiore senso di pace. E’ questo il punto fondamentale,
non abbiamo una necessità continua di immagini definite, ricche di particolari,
ridondanti di colori e di forme; non abbiamo questa necessità in nessun
campo e anche nell’estetica, nell’arte e nell’architettura. In proposito mi
ricordo di un trittico di quadri dipinti solo di colore bianco su tela bianca,
esposti al Centre Pompidou a Parigi, in mezzo ad una moltitudine di opere
variopinte; questi tre quadri bianchi, con cornice bianca, mi sembra di
ricordare che furono “dipinti” da Christo, il celebre impacchettatore di
monumenti. Penso che abbia voluto suggerirci una pausa, un vuoto, un
momento di silenzio, come il bianco tra le lettere, inframezzato in un
marasma di stimoli eccessivi. In architettura il migliore concetto di semplice
avviene con l’uso del vuoto, come ad esempio la piazza, o nel paesaggio una
radura tra i boschi; oppure per fare un esempio a noi vicino, cioè nella nostra
Perugia di oggi, come il vuoto sotto gli archi di un edificio, che non andrebbe
mai riempito; infatti vi sembra una buona operazione estetica andare a
riempire, con altre note musicali, le pause di silenzio di una vecchia sinfonia?

Commento di Massimo 21-11-2019

Riprendo questo vecchio articolo perche’ sento il desiderio di approfondirlo,visto che
nasconde,anzi per dir meglio abbozza, uno degli aspetti che piu’ hanno influenzato le
mie ricerche intellettuali, e che a buon diritto costituisce il problema per eccellenza
con cui ci confrontiamo agli estremi confini del pensiero umano:il Nulla.
Quando si parla di vuoto l’accostamento sorge immediato e l’autore dell’articolo ne parla
compiutamente alla fine del pezzo, in riferimento ad arte ed architettura, abbozzando
anche l’importanza delle pause in ogni forma di comunicazione.Per l’approfondimento mi avvalgo di uno stimolante allegato scovato nella rete a firma di Gianfranco Bertagni, un gigante erudito,
in fondo non molto conosciuto,ma che merita di esser letto con attenzione.Tralascio dell’articolo la parte dedicata all’impatto del Nulla in filosofia, che ha dato luogo a fiumi di pensieri di eccelsi filosofi antichi e moderni, sfociati nel moloch in cui ci confrontiamo ancora oggi: il Nichilismo.

La parola a Gianfranco Bertagni:

Il silenzio dell’arte

L’arte è un mezzo per esprimere ciò che si sente: poichè in condizioni dapprima eccezionali,
e poi sempre più comuni, il sentire di alcune `civiltà’ è l’alienazione, il nulla ha acquistato
un ruolo consistente nelle loro rappresentazioni artistiche.

Parole
La prima apparizione letteraria del nulla è forse nel libro ix dell’Odissea : dopo essere rimasto
intrappolato nella grotta di Polifemo con i suoi compagni, Ulisse (Odisseus: OdnsseuV) dice astutamente al ciclope di chiamarsi Nessuno (Oudeis: OudeiV),1 e lo acceca; quando gli altri ciclopi accorrono alle urla di Polifemo e gli domandano se abbia bisogno di aiuto, egli risponde che Nessuno gli sta facendo del male; l’equivoco impedisce loro di aiutarlo, e permette invece ad Ulisse di attendere l’occasione propizia per fuggire.

In seguito il nulla divenne una costante di riferimento della letteratura tragica: dai classici greci che lo subirono nell’amaro destino, ai romantici ottocenteschi che lo corteggiarono con nostalgica malinconia.
In casa nostra un campione di questo atteggiamento fu Giacomo Leopardi, nel cui canto Ad Angelo Mai il nulla affiora come immagine universale: della condizione umana
(a noi presso la culla, immoto siede, e su la tomba, il nulla'', 74-75), della conoscenza (discoprendo, solo il nulla s’accresce”, 99-100), e della realtà stessa
(ombra reale e salda ti parve il nulla'', 130-132). E sul tema egli ritornò frequentemente, da La ginestra (questo globo ove l’uomo è nulla”, 172-173) allo Zibaldone (il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla'';tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione”; “è un nulla anche questo mio dolore”).

Nella direzione opposta alla tragicità, i nonsense di Lewis Carroll mostrano invece come il nulla possa avere effetti comici devastanti. In Alice nel paese delle meraviglie ad Alice viene offerto del vino inesistente; il gatto del Cheshire svanisce lentamente, fino a che non ne rimane nulla se non il ghigno; e la regina pretende che si decapiti la testa del gatto, benchè essa non abbia un corpo. In Attraverso lo specchio dapprima il Re Bianco si stupisce che Alice abbia la vista così buona da riuscire a vedere che nessuno è in arrivo; e quando il messaggero arriva senza aver superato nessuno, il re conferma che questi è stato visto anche da Alice, e deduce che
nessuno cammina più lento del messaggero, altrimenti sarebbe arrivato prima di lui.

Passando dal nulla stesso alle sue metafore, la più nota è certo il nichilismo : un termine inizialmente introdotto nel 1862 da Turgenev in Padri e figli , per indicare il rifiuto radicale dei valori stabiliti che caratterizza il conflitto generazionale. Detto dai padri, biologici o spirituali, siete tutti nichilisti'' significa dunque: non rispettate nulla” (beninteso, di ciò che noi rispettiamo''). Raccontato dai letterati, il nichilismo raggiunse il suo apice nell'ottocento nei romanzi di Dostoievski, in particolare negli atteggiamenti di personaggi quali Raskolnikov in Delitto e castigo , Stavrogin nei Demoni , e Ivan nei Fratelli Karamazov . Nel novecento il nichilismo letterario subì poi varie metamorfosi, dallagenerazione perduta” di Gertrude Stein alla “gioventù bruciata” di James Dean, per culminare infine nella letteratura esistenzialista francese dell’ultimo dopoguerra, da La nausea di Jean Paul Sartre a Lo straniero di Albert Camus.

Un altra metafora quasi scontata del nulla è il tema dell’ assenza : e le opere che parlano di qualcuno che non c’è o non arriva abbondano, dai Sei personaggi in cerca di autore di Luigi Pirandello all’Aspettando Godot di Samuel Beckett.

Altrettanto immediata è la metafora dell’ombra : dalla Storia straordinaria di Peter Schlemihl di Adelbert von Chamisso,del 1812, a Peter Pan e Wendy di James Matthew Barrie, del 1911, sino al film Luna e l’altra di Maurizio Nichetti, del 1997,
si narrano le avventure di ombre che si staccano dai rispettivi corpi e acquistano vita propria
.

Una terza ovvia metafora del nulla è il buco . Nell’era elisabettiana con `nulla’ si intendeva più precisamente quel buco primordiale e prototipale che è la vagina: il che permise allora a William Shakespeare di descrivere le tresche amorose come Tanto rumore per nulla , e permette a noi ora di annettere ai discorsi sul nulla buona parte della letteratura mondiale
. Rimanendo però più sul letterale, come opere sui buchi si possono citare: Il tunnel di Dürrenmatt, del 1952; Yellow submarine di George Dunning, del 1968, che è il viaggio dei Beatles nel mare dei buchi; e Chi ha incastrato Roger Rabbit di Robert Zemeckis, del 1982 (in entrambi i film al momento opportuno dei buchi vengono estratti da una tasca provvidenziale, e applicati al muro per permettere la fuga in situazioni disperate).

Se però assenze, ombre e buchi sono metafore letterarie del nulla, solo il silenzio ne è la realizzazione letterale.
Il silenzio della mente è stato elogiato da Socrate
(tutto ciò che so è che non si può sapere nulla'') e da Chuang Tzu (il vero sapere è sapere che ci sono cose che non si possono sapere”). Al silenzio della bocca hanno invece incitato memorabilmente Lao Tze con il chi sa non parla, chi parla non sa'' (Tao Tze Ching , lxxxi), e Wittgenstein con ilsu ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” (Tractatus , 7). Quest’ultimo era però
già stato anticipato e superato nel 1786 da Lorenzo da Ponte, librettista delle Nozze di Figaro : di fronte all’accusa di essersi ispirato ad un’opera di Beaumarchais bandita dalla corte, egli si era infatti giustificato sostenendo che“su ciò di cui non si può parlare, si può cantare”, suggerendo che le limitazioni del linguaggio possono essere superate da una sua estensione quale il canto, che non è solo linguaggio (essendo anche musica).

Una realizzazione pratica del silenzio può essere l’opera letteraria non stampata, non terminata o addirittura non scritta, di cui esistono svariati esempi: i grandi profeti, da Socrate a Cristo, hanno solo parlato; il famoso secondo libro della Poetica di Aristotele forse non è mai stato scritto; libri certamente mai scritti sono stati recensiti da Jorge Luis Borges
in Finzioni , e da Stanislav Lem in Vuoto perfetto ; Marcel Bénabou ha analizzato la sua inesistente produzione inPerchè non ho scritto nessuno dei miei libri , di cui viene detto e ripetuto che non è un libro; Suburbia , di Paul Fournel, è un’opera completa di prefazione, introduzione, note, postfazione, indice ed errata corrige,ma non di testo; gli ultimi due capitoli, il xviii e il xix, del Tristam Shandy di Laurence Sterne consistono di fogli bianchi, così come il Saggio sul silenzio di Elbert Hubbard, la monografia Serpenti delle Hawaii dello Zoo di Honolulu,
e il The n \bigcircthing book che viene venduto negli Stati Uniti.

Suoni
Se nella musica, secondo Da Ponte, il canto può essere considerato una forma paradossale e metaforica di silenzio, la pausa ne è una versione letterale, e svolge nella notazione musicale un ruolo analogo a quello dello spazio fra parole nella scrittura moderna (nella scrittura antica, così come nel parlato, le parole non sono staccate fra loro),
o dello zero nella notazione numerica. A differenza di questa, però, in cui le ripetizioni di 0 sono indicate per esteso, in musica ci sono otto tipi di pause (breve, semibreve, minima, semiminima, croma, semicroma, biscroma, semibiscroma),
ciascuna di durata doppia della seguente: esse possono essere seguite da un punto (che ne moltiplica il valore per 1,5), o sovrastate da una corona (che ne prolunga il valore arbitrariamente), ma non collegate da una legatura.

La composizione musicale che ha più sfruttato il silenzio è 4’33” di John Cage, che si articola in tre movimenti:30” , 2’23” e 1’40” . La durata totale è di 273”, che sono un esplicito richiamo ai -273° di quell’altra forma di nulla che è lo zero assoluto, a cui ritorneremo più oltre. La poetica di Cage era comunque non tanto quella di suonare il non suono, quanto di mostrare che il silenzio assoluto non esiste, o almeno non è purtroppo di questa terra
(come il regno dei cieli): una qualunque esecuzione del silenzio si scontra infatti contro gli inevitabili rumori di fondo dell’ambiente e del pubblico, ed è dunque una pratica dimostrazione della propria teorica irrealizzabilità.

Il passo successivo al silenzio puro è la composizione con un solo suono: essa è stata realizzata nella Sinfonia monotona di Yves Klein, del 1947, che consiste di un lungo suono continuo seguito da un lungo silenzio. L’idea in questo caso è che un suono prolungato o ripetuto finisce per essere rimosso dall’apparato uditivo, e diventa dunque a tutti gli effetti
un analogo del silenzio; viceversa, la mancanza di un suono o di un rumore a cui ci si è abituati viene invece percepita effettivamente, come se fosse un suono.

Anche il rumor bianco , che si ottiene per somma di tutti i possibili suoni, è una forma di silenzio. Matematicamente, la possibilità di ottenere il silenzio dalla composizione di suoni è una versione del fatto che la funzione costante di valore 0 si può scrivere in serie di Fourier, come somma di funzioni sinusoidali di varia ampiezza e periodo.

Immagini
Come il silenzio è l’assenza di suono, così il color nero è l’assenza di colore, e il buio è l’assenza di luce. All’estremo opposto, analoghi del rumor bianco che contiene tutti i suoni sono invece il color bianco e la luce , che contengono tutti i colori (come mostra l’esperimento del prisma che decompone la luce bianca nello spettro delle varie lunghezze d’onda corrispondenti ai vari colori).

Il ruolo della pausa nella musica è preso nella pittura da porzioni del colore di fondo del foglio o della tela su cui si disegna o si dipinge, e analoghi del silenzio sono i quadri non dipinti di Lucio Fontana, che alla mancanza di pittura uniscono anche buchi o tagli che rappresentano il vuoto. Alle composizioni ad un solo suono corrispondono invece le tele monocrome bianche, nere o blu di artisti quali Robert Rauschenberg, Ad Reinhardt e Yves Klein.

Naturalmente, qualunque raffigurazione pittorica (e, più in generale, iconica 2) è un simulacro del nulla: anche se le immagini sulla tela pretendono infatti di rappresentare qualcosa, non per questo esse cessano di essere segni, e dunque niente di ciò che è rappresentato. Il concetto è stato espresso in maniera memorabile da Magritte con Il tradimento delle immagini : un disegno di una pipa con la scritta Ceci n’est pas une pipe ,ad indicare da un lato che la scritta non è la raffigurazione, e dall’altro che la raffigurazione non è l’oggetto raffigurato. E proprio sull’ambiguità tra i vari livelli si giocano i giochi delle rappresentazioni apertamente
paradossali del surrealismo, così come delle rappresentazioni apparentemente consistenti dei paradossi percettivi alla Escher.

Dopo questo vertiginoso sfoggio di erudizione,lascio spazio alla pagina bianca che vi dara’ modo magari di approfondire qualcuno degli Autori citati enciclopedicamente da Bertagni, dopo che vi sarete presi una giusta…”pausa”.

Magritte

ERMANNO CAVALLINI: Capitalismo a doppia valvola di sicurezza

di Mario Panzarola
In questo libro l’autore si da il compito non facile di elaborare una strategia per
porre rimedio ai guasti economici e sociali del capitalismo. Lo fa individuando una
sorta di “minimo intervento correttivo” capace di contenere, senza mortificarle, le
dinamiche economiche tipiche del capitalismo all’interno di limiti che salvaguardino
lo sviluppo ed il benessere di tutta la collettività. Peraltro in stretta aderenza con
l’art. 53 della costituzione italiana, tanto bella quanto scarsamente attuata.
La soluzione proposta è talmente semplice da apparire disarmante, ma il percorso
logico che porta alla elaborazione di questa soluzione mi è sembrato tutt’altro che
semplicistico, ma anzi il risultato di una ricerca e di una riflessione quantomeno
“seri”.
Al di là della reale possibilità di “attivare” un tale sistema attraverso una estesa e
condivisa presa di coscienza, come auspicato dall’autore, il libro ha secondo me il
merito di riuscire in poche pagine a dare un quadro di riferimento della portata delle
problematiche collegate all’economia.
Un libro che chiede poco tempo e regala parecchi spunti di riflessione ed
approfondimento.

Disclaimer

Il blog Sentierieparole ha come sua finalita’ essenziale la riscoperta culturale di autori poco conosciuti in vari ambiti: letteratura, politica, urbanistica,, filosofia, pedagogia.

Questo sguardo, presente gia’ dal 2010 negli incontri pubblici del gruppo di lettura GL, trovera’ uno spazio interattivo di approfondimento all’interno del blog, in un mutuo e reciproco scambio di idee, contenuti, autori. Le tendenze argomentative del blog si possono ricavare dalle letture tenute dal 2010 al 2017.

Sentierieparole non e’ un concetto qualsiasi. La scelta del nome e’ infatti collegata  oltreche’ a percorsi,diciamo “intellettuali” , anche a quell’ andare per le strade, ed appunto,  sentieri dell’ Umbria, che tanta parte ha avuto nelle riflessioni e relazioni del gruppo di intellettuali che facevano riferimento a quel gigante del pensiero filosofico e politico che era il perugino Aldo Capitini.

Il materiale che esula dalla linea editoriale che ci si e’ data, sulla base di quanto si e’ sopra detto, dovra’ essere valutato collegialmente per un eventuale pubbicazione.

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