Lego et Libertà.

di Roberto Fioroni

Non lo puoi forare, incollare o verniciare, non sarebbe etico anche se si tratta
di un oggetto inanimato; puoi solo sfruttare il massimo della potenzialità del
suo “stud” o “knob” , cioè l’Incastro, da cui dipendono tutti i pezzi, una specie
di Dna-Rna , il suo tratto caratteristico, lo stud, infatti, è l’unità di misura
che si incastra e si collega con i molteplici antistud di varie fisionomie.
Stiamo parlando del Lego, geniale intuizione di un falegname danese di Billund;
lui e suo figlio ebbero l’idea di delegare a dei tecnici creativi la vasta
genealogia dei pezzi Lego, ancora oggi la Lego paga un gruppo di creativi che,
per lavoro, devono “solo” andare in giro per il mondo a cercare modelli e tipi
antropologici da trasfigurare poi con i pezzi Lego. Dunque sempre e comunque
assemblaggio, la stessa parola Lego è la somma di due acronimi in danese:

Leg + Godt , vuol dire: gioca bene. Ma vorrei evitare di descrivere tutto il
glossario, i rapporti proporzionali, basati su sedicesimi di pollice,
paragonabili alle regole armoniche dei classici stili greci, e poi tutte le
nuove idee che nascono dai numerosi artisti-inventori-costruttori, il fatto
che ogni elemento ha un codice, un nome caratteristico, un numero di serie,
insomma pezzi di un Dna tecnologico i quali ti permettono, a partire da un
determinato pezzetto, di risalire a quale figura complessiva, o organo costruito
facevano parte. Tutte le armonie dell’Universo, a cominciare dai mattoni della
materia, i Quanti, ma anche gli stili architettonici, le statue greche, le
partiture musicali, gli alberi o gli insetti, sono modulate da sistemi
proporzionali, dove non conta la grandezza dimensionale per percepire o definire
la loro bellezza ma il rapporto tra le parti, la buona forma. Forse ci sta anche
un intrigante significato latino del verbo LEGO, nel senso di Delegare; infatti
al Lego deleghiamo, cioè affidiamo al Lego la nostra immagine e fisionomia del mondo
antico e moderno. Ancora, se la costruzione della Torre di Babele si smontò a causa
della confusione e incomprensione tra idiomi, il Lego possiede l’unico idioma
dell’incastro che lo rende chiaro, intuitivo ( frendly o smart ) accessibile a
chiunque abbia una qualsiasi lingua o età. La sua è una ispirazione trasversale
che affascina non solo bimbi ma scienziati, tecnici, artisti. Vorrei citare
la mostra itinerante di “Lego e Arte” di Nathan Sawaya oppure la ricostruzione
del campo di concentramento Auschwitz, acquistata dal museo di Varsavia.

Il Lego è come un medium compositivo a cui abbiamo delegato la nostra immagine e
fisionomia , la rappresentazione in scala ridotta, trasfigurata, del mondo soprattutto
moderno; il Lego è il medium, e se Marshall McLuhan affermava che il medium è il
messaggio, allora il Lego è il messaggio, può anche diventare un potente messaggio di
libertà.
Il sito Artribune, nel suo articolo “ Ai Weiwei VS Lego. Il mattoncino della discordia” ,
racconta che l’artista pechinese, sempre al centro delle cronache internazionali,
viene boicottato, stavolta non dal governo cinese ma dalla Lego; infatti la multinazionale
danese, esempio di neutralità e pacifismo, gli aveva negato un maxi rifornimento di
mattoncini che era destinato a comporre una grande installazione. Ai Weiwei si è scontrato
con un muro di plastica indeformabile ABS, cioè mattoni Lego, peggio di un muro di gomma.
L’artista cinese aveva richiesto alla Lego una grande quantità di mattoncini colorati,
con cui costruire una serie di ritratti, una sua tecnica che aveva già usato in passato;
infatti nel 2015 aveva costruito un’installazione composta da 176 volti di prigionieri
ed esiliati politici di tutto il mondo ( Nelson Mandela, Aung San Suu Kyi, Martin Luther King ),
i ritratti, realizzati con i mattoncini Lego e calpestabili, avevano tappezzato il pavimento
dell’ex prigione di Alcatraz, nella baia di San Francisco. La neutrale e pacifista
multinazionale danese negò la fornitura, che Wei avrebbe voluto acquistare, con la motivazione che la Lego si asteneva ad avallare l’uso dei mattoncini in progetti o contesti di natura politica.
La reazione di condanna dell’artista si era tradotta con una foto, su Instagram seguita dai suoi
milioni di followers, di un water, di duchampiana memoria, riempito di pezzi Lego, prima di tirare lo sciacquone. Chiaramente i motivi della multinazionale erano economici, c’erano in ballo colossali affari con la Cina, l’Asia e aperture di fabbriche in quel paese.

L’artista cinese, comunque, se l’è cavata alla grande, grazie alla donazione di migliaia di confezioni Lego acquistate singolarmente dai suoi estimatori e inviate presso il suo studio di Pechino. Poi anche la Lego ha fatto marcia indietro, ha dichiarato che avrebbe chiesto in futuro ai clienti che acquistano all’ingrosso o in grandi quantitativi, cioè decine di migliaia di pezzi, di esprimere chiaramente che Lego non promuove, né sostiene le loro opere, se esibite in pubblico. Dunque il Lego non più messaggio ma solo medium? Forse…Di fatto l’opera pop di Ai Weiwei è interessante e stimolante: ha elaborato le immagini di questi 176 dissidenti ( sarebbe corretto: Dissenzienti o , al limite, dissensienti ), poi ogni immagine è stata poppizzata in stile Warhol e ridotta in pixel e infine Trasfigurata con i Lego. Si possono trovare, oltre a dissenzienti noti, anche immagini come quella della giornalista etiope Reeyot Alemu, del cantautore Tran Vu Anh Binh del Vietnam ( famoso come Hoang Nhat Thong ) , oppure del controverso hacker latitante Usa Edward Snowden.

Ai Weiwei, per concepire la sua installazione Lego, ha collaborato con la Fondazione For-Site che
pensa che l’arte possa ispirare un nuovo pensiero etico e un dialogo importante per l’ambiente
naturale e culturale; ha aiutato Wei per l’installazione di Alcatraz. Con un po’ di pazienza e
fatica si può anche trovare il sito con l’elenco di tutti i personaggi dissenzienti e le
motivazioni e condanne. E’ nota la vena polemica, irrispettosa e provocatrice dell’artista che,
pare, abbia anche recentemente dichiarato che gli Italiani erano responsabili della diffusione
del coronavirus nel mondo assieme alla pasta. L’architetto italiano Fabio Novembre, suo amico, lo ha consigliato di cancellare il post, su virus italiano e pasta, dicendogli che non era uno stile artistico ma Donaldtrumpiano, siamo tutti d’accordo! Però Ai Weiwei, in occasione della installazione di Alcatraz, ha anche scritto : “ l’idea sbagliata del totalitarismo è che la
libertà può essere imprigionata. … Quando vincoli la libertà, lei prenderà il volo ( come una farfalla ) e atterrerà sul davanzale della tua una finestra o di un’altra finestra” : magari sul davanzale di una finestra costruita con dei mattoncini Lego; noi Italiani proveremo a perdonarlo.

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