Testimone del secolo passato muore l’ultimo rappresentante di un certo modo di fare cultura.

Che ne è stato del più grande intellettuale umbro di questo scorcio di secolo, l’ultimo di una serie di personaggi da noi tanto amati, che hanno fatto della loro vita e de delle loro idee un unico corpo? Camus il padrino, ma poi Orwell, la Weil ed in Italia Chiaromonte, Arbasino, Flaiano. Gli Irregolari.
Ebbene si, Goffredo Fofi appartiene a questa categoria, per censo e per biografia. Dicevamo il più grande intellettuale umbro di oggi, che già defunto dal secolo scorso per la stampa locale, ma ora morto reale, non viene degnato di alcun interesse dalle testate umbre : qualche svogliato trafiletto, altro non sono state capaci di scrivere le esangui redazioni locali di un giornalismo morente, ucciso dai comunicati stampa e dall’appartenenza a consorterie di destra e sinistra che fanno della nostra regione un stagno dove neanche un sasso riesce ad increspare la liscia superficie del conformismo.
Nemo profeta in patria, questo già lo sapeva Fofi, quando diciottenne abbandona la natia Gubbio per le sirene filosofiche del pacifista Danilo Dolci in Sicilia. Da lì non si fermerà più, “suole di vento”, come l’irregolare poeta francese Arthur Rimbaud, che lascia agli altri le quisquilie parigine e gli scandali prezzolati, nomade pedestre fino al porto di Marsiglia, dove l’attende il Battello Ebbro per la sua Africa. Battello che per Fofi si appalesa come impegno totale nelle società degli emarginati, specialmente nell’anarchico sud Italia, dalla Sicilia di Dolci, alla Calabria dei centri per anziani e dei manicomi per bambini, fino alla amata Napoli della Mensa dei bambini proletari. Questo perché Fofi è stato intellettuale impegnato sul campo, odiava gli scrittori che scrivono bene e basta, stava dalla parte di Camus che la solidarietà si fonda sulla rivolta. E’ questa la cifra del suo impegno sociale, formichina francescana sempre attiva.
Così come la capacità che aveva nel coinvolgere le persone, quel fare insieme che caratterizza il suo impegno intellettuale, quell’ Io dismesso a favore di un Tu-Noi in cui ognuno contribuisce con la propria competenza.
Dai Quaderni Piacentini in poi, una lunga serie di testate fondate o a cui collabora, specialmente nel campo dell’amata critica cinematografica ( Il nuovo spettatore cinematografico, Linea D’ombra, Dove sta Zazà).E la fitta rete di amicizie ed incontri, a Roma soprattutto, Capitini, Elsa Morante, Ernesto De Martino, Norberto Bobbio.
Empatia e capacità di giudizio, anche tagliente, ma senza cattiveria, hanno fatto di Goffredo Fofi uno spin doctor di tanti giovani scrittori di successo come Saviano, Baricco, Leogrande e il pugliese Nicola Lagioia, oggi direttore di Umbria Libri. Con tanti giovani intellettuali che lo hanno frequentato, memorabili rimangono le spaghettate a casa sua, Goffredo era schietto, burbero, a volte tagliente, come dicevo, specialmente quando si sentivano arrivati, dopo un primo successo editoriale. Perché lui sapeva una cosa che gli altri non sapevano: lo scrivere autentico vuole la distruzione dell’Io, zavorra che conduce all’inautentico, al deragliamento della parola fine a se stessa, con nessuna presa sul reale. Non voleva che questi ragazzi diventassero delle “teste di cazzo”
Nella sua densa parabola di vita, Fofi ha sposato “l’ottimismo della disperazione” di Heinrich Boll, non prendendosi mai troppo sul serio come dato dal titolo di una sua antologia di interventi critici, “Sono nato scemo e morirò cretino”, che avrebbe voluto come ironico titolo di un’ ideale autobiografia mai scritta.
Spirito profondamente libertario, pedagogo popolare amante dei teologi disobbedienti, laico che parlava ai credenti, convinto assertore di un dialogo profondo tra anarchismo e cristianesimo povero, vegetariano per responsabilità etica e politica, Fofi ha fatto della coerenza e della frugalità il suo stile di vita.
Ultima propaggine di un tipo di intellettuali vissuti nel secolo scorso, lascia un mondo distopico, che va in direzione completamente opposta a quello che era il suo credo. Ma questo non lo ha certo scoraggiato, essendo stato fino alla fine al centro della scena intellettuale italiana, come l’acqua per i pesci. Non è stato celebrato dai media locali, anzi dimenticato, ma per lui non sarebbe stata un’onta, visto che alberga nel luogo a cui teneva di più, nei nostri cuori.
Massimo Chiucchiù
